
La mediazione è da sempre presente nelle relazioni umane come tentativo di sanare controversie che rischiano di non arrivare a una soluzione.
E da qualche tempo ha avuto anche un riconoscimento istituzionale, assumendo un ruolo 'professionale' all'interno della società. Il che è molto importante, visto il sovraccarico degli iter giudiziari e la necessità di pace e di nuove forme di convivenza geopolitica. A individuare la specificità della mediazione, si dedica qui
François Jullien, partendo dall'idea che lo ha reso
uno dei più conosciuti filosofi e sinologi del nostro tempo, e cioè che
occorra decostruire il modo di pensare occidentale basato sulle contrapposizioni - essere/ non essere, giusto/ingiusto, io/altro - aprendo un cantiere teorico che accolga spunti dal pensiero cinese, dal suo modo di guardare alla realtà «di sbieco», cercando un «tra» che sorpassi la frontalità agonistica. Ecco allora che il mediatore, a differenza del giudice che stabilisce la ragione e il torto valutando dall'esterno, guarda piuttosto alle potenzialità della situazione, individuando i fili da seguire senza un progetto già stabilito, per aprire varchi accettabili da entrambe le parti.
Sollecitare senza mai forzare, non seguire una procedura fissa ma un processo vivo che rimetta in movimento una situazione bloccata, abbandonare il compromesso che porta solo a una non-sconfitta, per un «compossibile» che apra a una viabilità futura. Questo è il lavoro della mediazione alla luce degli insegnamenti del
tao.
Questa è la strada, spesso nascosta e silenziosa, del mediatore che alla fine può davvero sciogliere i nodi più stretti e sbloccare cammini di vita nuovi, e persino inauditi.
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